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Riccardo Specchia

Un viaggio tra gli artigiani della memoria

VERSIÓN EN ESPAÑOL

L’attentato al World Trade Center è stato atroce, ma non rappresenta nulla di nuovo: violenze di questo tipo sono frequentissime, solo che in genere accadono altrove.

Noam Chomsky

cara a cara

Quando si parla di Perù, quando si parla di Ande, la nostra mente può subito volare in un luogo ignoto, sconfinato, a volte ostile e misterioso. Immaginiamo subito una fotografia sbiadita e autentica dell’uomo in costante trattativa con le sue origini.

Il percorso fino alla città di Cuzco, fino alla “scala della terra” – come la chiamava Pablo Neruda -, fino a Machu Picchu, è ancora lungo. Come già chiarito dalle prime pagine di questo blog, sarà probabilmente la meta di chiusura del mio diario andino. Decido perciò, fino al grande giorno, di prendere la via lunga, di accerchiare il sacro e altissimo tempio del Tahuantinsuyo (impero Inka in antica lingua quechua) per mescolarmi e conoscere di più le antiche civilizzazioni che, attraverso la fusione delle loro abilità, hanno poi generato l’impero più grande e ricco dell’America precolombiana. Dopo aver visitato i Mochica nella costa nord, i Paracas più a sud e gli Asháninka dell’alta selva amazzonica, mi dirigo dagli Wari: l’etnia guerriera che con la sua energia mi guiderà nei mistici sentieri della regione di Ayacucho.

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Destinazione Huamanga, la città capitale della provincia e punto cardine della regione andina di Ayacucho (Quechua: Ayacuchu). Fondata da Francisco Pizarro nel 1540 con il nome di San Juan de la Frontera de Huamanga, questo ‘pueblo’, offre l’opportunità di visitare e conoscere importanti luoghi e fatti storici. I reperti risalenti a circa 18.000 anni fa trovati nella grotta di Pikimachay; l’evoluta e importante cultura Huari, di cui si possono visitare le rovine dell’omonima capitale ubicata a circa 25 km a nord di Ayacucho; la dominazione Inka; le lotte per l’indipendenza e infine la nascita, all’interno dell’Università nazionale, del movimento di guerriglia di “Sendero Luminoso”, che per anni rese difficili le comunicazioni e isolò la regione dal resto della nazione.

Huamanga è inoltre arricchita da 33 chiese bianche e rosa – probabilmente dedicate agli anni di vita del Cristo –  costruite nel tipico stile barocco andino, con facciate rivestite in pietra lavorata e interni con decorazioni in oro, legno e argento.

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Il popolo andino. Un popolo di mercanti, agricoltori e artigiani, una grande risorsa per questo paese. Il primo contatto con questa gente è sempre abbastanza complicato. Sono diffidenti, chiusi e di poche parole. La strana alchimia, però, sta nel paradosso di un popolo che di per sé, nei secoli, ha assorbito una moltitudine di usanze e tradizioni dallo “straniero”, cultura o etnia che si insediava nelle loro terre. Lo ripeto sin dalle prime righe di questo diario: è assolutamente affascinante osservare il sincretismo culturale che costantemente si rivela sotto i tuoi occhi qui in Perù. Pagani e cristiani, bianchi e neri, Asia, Europa, Africa e America stessa, un mix indescrivibile di strati culturali creativamente sovrapposti.

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Il mercato, coloratissimo e vivace, è dunque uno dei punti di riferimento fissi per la città stessa e per il forestiero che vuole conoscere meglio questa gente. Qui confluiscono quotidianamente i mercanti dei paesi limitrofi che intendono scambiare i prodotti dell’artigianato e della terra. Si, se ve lo state chiedendo, da queste parti, nelle prime ore del mattino, ha luogo una sorta di trattativa segreta che noi conosciamo convenzionalmente con il nome di baratto, TRUEQUE in lingua locale. Si scambiano beni senza alcuna circolazione di moneta, si bada all’utilità e al valore che questo bene può avere quando si è di ritorno a casa, nel bel mezzo di una prateria di montagna a più di 4.000 metri d’altezza, dove anche il “dio” denaro perde ogni potere, divenendo insignificante carta straccia.

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Purtroppo non ho potuto fotografare questo evento. È molto difficile e sconsigliato cercare di immortalare questi fantasmi andini che dalle prime ore dell’alba si muovono per le bancarelle nascondendo sotto il loro poncho – all’ombra di tendoni bianchi o azzurri – prodotti rituali, erbe miracolose, unguenti selvatici e pietre magiche.

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Quando si visita Ayacucho, bisogna anche fare i conti con una zona del Perù storicamente martoriata dalla guerriglia rivoluzionaria e dalle repressioni governative, verso colpevoli e innocenti, che si sono verificate nell’epoca del terrorismo e che il paese ha dovuto affrontare per circa un ventennio (1970-1990). Sendero Luminoso (nome ufficiale completo Partito Comunista del Perú sul sentiero luminoso di Mariátegui) è un’organizzazione terrorista guerrigliera di ispirazione maoista formatasi da un gruppo di professori e studenti dell’Università di Huamanga.

Durante questo periodo nero, i civili si trovarono sempre più coinvolti dagli scontri armati tra Sentiero Luminoso e lo stato peruviano. Se non soddisfacevano le richieste dell’esercito erano trattati come terroristi e spesso spazzati via in terribili massacri. Se non aiutavano, o semplicemente non si sottomettevano ai guerriglieri, venivano accusati di essere soplones e correvano il rischio di rappresaglie dall’altro lato. Questa situazione fu particolarmente brutale fino al 1985: in soli due anni furono uccise 5567 persone, 96% delle quali civili. A partire dal 1985 l’esercito sviluppò uno stile di repressione più selettiva, evitando le carneficine precedenti. Sentiero Luminoso, dal canto suo, si espanse anche nella capitale, Lima, nel dipartimento di Junin e Puno. Nel dicembre 1982 gli attacchi di Sendero Luminoso causarono una forte reazione di repressione da parte dell’esercito e della polizia; iniziò uno dei periodi più sanguinosi della storia del Perù.

« Il gruppo terroristico più letale e sanguinario del mondo. Così la CIA definiva una quindicina di anni fa Sendero Luminoso che riuscì però al contempo a fornire servizi educativi e sanitari agli strati più bassi e poveri della popolazione, troppo spesso “dimenticati” dalla politica governativa. » (Fonte: Sendero Luminoso Wikipedia – Articoli correlati: Una temporada en el infierno).

A Huamanga, dunque, è praticamente inevitabile fare visita al Museo della Memoria, situato a pochi isolati dalla piazza principale. Lo fai per capirci di più, su ogni ruga, ogni lacrima e solco sul viso di questi popoli delle montagne, di questi artigiani guerrieri che ti raccontano con gli occhi lucidi l’inferno da cui provengono, dove ognuno di loro, quasi sicuramente, ha perso una madre, un fratello o un padre in una delle tante rappresaglie.

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L’ultima tappa di questo primo maggio, passato tra le altissime montagne della cordigliera, decido di farla in un posto magico. Un piccolo tour da fare assolutamente in 4X4 e nelle prime ore del mattino, data la precarietà assoluta delle strade e della selvaggia steppa andina. Si va verso un pueblito di grande importanza storica, di nome Vilcashuamán a 120 tortuosissimi chilometri da Huamanga. Si passerà per l’incantevole bosco Titankayoq: luogo di sterminati campi di quinoa e della pianta regina delle Ande, la Puya Raimondi.

Si percorrono gli antichi sentieri e cammini dei guerrieri Inka. Si ascolta il silenzio della sacra pietra templare, il fluire delle acque sante dove il re Inka si bagnava annunciando la stagione del sole, la laguna Pomaqocha dove puoi incontrare dei piccoli fiori viola che si richiudono tra le tue mani assorbendo – dicono qui – tutta la negatività che porti dentro. Per concludere poi nella città templare del re Pachacútec sottomessa dai barbari invasori cristiani.

Un viaggio per me molto intenso e necessario. Ti si illumina la mente quando questi sentieri ancestrali ti guidano sempre più in alto, sempre più liberi, in un cielo che più azzurro non si può.

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Proverò a documentarmi ancora e scrivere dal Perù. Vediamo insieme cosa succede. “LA FINESTRA ANDINA…” è il titolo di questo diario.  Per chi volesse affacciarsi, prendete nota. L’indirizzo è sempre quello.

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