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Riccardo Specchia

Queequeg era nativo di Rokovoko, un’isola lontanissima all’Ovest e al Sud. Non è segnata in nessuna carta: i luoghi veri non lo sono mai.

 Herman Melville

È difficile descrivere le vibrazioni che ogni volta colgono di sorpresa il tuo spirito quando sai che stai per intraprendere un viaggio in queste terre lontane. Viaggiare in Perù è sempre un’avventura!

Era da molto che non riuscivo ad organizzare una “spedizione” alla scoperta degli angoli più insoliti di questo affascinante paese. Il lavoro e Lima, ti sequestrano e ti fanno credere che sono tutto ciò di cui hai bisogno. Non è così, non ci avranno mai! – Dico fermamente a Luisa, la mia grande compagna di viaggio che ormai conoscete bene -. Così, insieme, cerchiamo una meta nuova, ce ne sono tante inesplorate o difficili da raggiungere qui in Perù. L’idea è sempre quella, cercare di studiare le culture civilizzate pre-incaiche che hanno seminato competenze sparse in tutto il territorio. Le stesse competenze che l’impero del Tahuantinsuyo (Inca) ha poi saputo fondere nel più grande e prospero dominio del Sud America.

Ci dirigiamo a nord, una via che abbiamo quasi già percorso nella sua totalità. Luisa, però, mi racconta di alcuni suoi ricordi di bambina, un viaggio alla scoperta di una cultura sorprendente che abitava le montagne a nord di Lima nella regione di Ancash, raggiungibile da una cittadella di nome Huaraz. Mi parla dell’affascinante cultura pre-Inca dei Chavín. Non ci pensiamo due volte che già siamo sull’autobus e in circa 7 ore di viaggio notturno, ci ritroviamo a Huaraz.

Arriviamo alle 6 del mattino, come al solito un po’ liquefatti dalle spericolate curve del nostro autista e dall’altitudine sempre nemica da queste parti (3.052 metri sul livello del mare). Prendiamo il primo e più economico hotel a due passi dalla piazza principale, la comune Plaza de Armas. Sappiamo che un letto e una doccia calda sarà ciò di cui avremo bisogno quando le ore della notte ci vedranno tornare dalle escursioni che abbiamo in mente di fare. Una colazione andina, il tipico caldo de gallina, per rimettersi in sesto e via, in marcia per 3 ore nei sentieri più reconditi delle Ande verso il pueblo costruito attorno al mistico tempio della civiltà Chavín.

La cultura Chavín fu una civiltà che si sviluppò dal 900 a.C. al 200 a.C.. I Chavín risiedevano nella valle del Mosna, dove i fiumi Mosna e Huachecsa si incontrano. Questa zona si trova a 3.150 metri sopra il livello del mare. Il sito archeologico più famoso è Chavín de Huántar, si pensa che fosse stato costruito e reso operativo intorno al 900 a.C. e che fungesse come centro religioso di tutto il popolo. Lo stesso è stato classificato come un patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Chavín de Huántar era un grande centro religioso importantissimo. I costumi e la musica erano parte fondamentale delle cerimonie; le incisioni del sito mostrano figure umane che indossano copricapi e adorni finemente elaborati. All’interno del tempio, nelle stanze vi sono diversi posti adibiti ad accendere fuochi con resti di cibo, di animali, e vasellame, la cui presenza suggerisce che il luogo era dedicato all’esecuzione di sacrifici.

La religione era, come in quasi tutto il nord del Perù, praticata attraverso l’uso di sostanze allucinogene. Molte sculture presenti nel sito archeologico, rappresentano la trasformazione di una testa umana in testa di giaguaro, serpente o falco.

Il popolo Chavín fu dunque politeista e adorava alcune divinità mostruose. Infatti, la loro religione sembra avere alcune influenze amazzoniche date le rappresentazioni animalesche presenti nel sito. La più importante rappresentazione divina si trova nella famosa riproduzione, all’ingresso del centro archeologico, denominata Estela de Raimondi: un basso rilievo monolitico che presenta una forma antropomorfa in posizione frontale e braccia estese sostenendo due bastoni cerimoniali (richiamando la forma del cactus allucinogeno). Si possono notare anche capelli a forma di serpenti e bocca di un felino, come una costante in tutte le rappresentazioni religiose di questa civiltà.

Estela de Raimondi

Un’impressionante sensazione ci accoglie e accompagna durante tutta la visita archeologica. Le viscere di questa terra e i racconti della nostra ottima guida (anche lui, secondo tradizione, maestro di rituali col famoso cactus San Pedro), ci portano a immaginare il rapporto con gli astri e la mitologia legata a questa incredibile cultura.

Chavín, in un linguaggio antico locale, viene tradotto come gente venuta dalle stelle. Infatti, è molto suggestivo pensare ad alcuni aneddoti che lasciano sorpresi e increduli, riguardanti la storia di questo popolo. Uno dei più impressionanti è il fatto che nessuno, nei molti scavi fatti durante secoli, ha mai trovato resti umani o tombe di questa civiltà. In molte delle loro rappresentazioni in pietra vi sono chiari segnali e codici rivolti alla venerazione e studio delle stelle come soprattutto l’altare dei sacrifici richiamante “le sette sorelle di Orione“. Il loro legame con l’acqua dovuto ai due fiumi che si incrociano marcando il perimetro del sito archeologico sul terreno e le rappresentazioni astrali presenti, portano la mente a sognare le fantastiche storie e i miti di Atlantide. È difficile descriverlo, ma sin dai primi minuti di visita archeologica e nei tunnel labirintici sotterranei, si avvertono energie molto potenti e la tranquillità del luogo produce una sensazione interiore di formidabile equilibrio. Forse, proprio quello della cosmo-visione che ben interpretava l’uomo Chavín attraverso i suoi rituali religiosi.

Altare dei sacrifici con rappresentazione delle” sette sorelle di Orione”

Mura del tempio interno

Portale con simboli religiosi

Rappresentazione del sacerdote

“El lanzón monolítico” il dio assoluto e sorridente secondo alcune versioni, simbolo e centro di equilibrio ritrovato in uno dei tanti tunnel sotterranei a forma di croce cardinale.

“Cabeza clava”, dai segni antropomorfi e zoomorfi. Collocate all’esterno delle mura del tempio come guardiane dello stesso per allontanare le anime e le energie maligne.

Ritorniamo a Huaraz, la nostra base, molto soddisfatti per questa bellissima avventura archeologica. Passiamo la sera a girovagare per la cittadella e il suo mercato centrale, tappa fissa di compere e nuove scoperte gastronomiche negli sperduti paesini delle Ande. Si respira un’aria armonica e fina da queste parti. La gente è molto affabile e ci invita ad assaggiare tutti i prodotti da loro in esposizione. Le due cose più lavorate e vendute da queste parti sono il formaggio, la birra e i cereali. Inoltre, puoi trovare una grandissima quantità di erbe aromatiche e medicinali, portate a valle dalle robuste signore della montagna con le loro tele coloratissime.

Ci imbattiamo anche in alcune danze estemporanee di alcuni talentuosi bambini. Il ballo più diffuso qui al nord, diventato famoso in tutto il Perù è: la Marinera. Ci godiamo questo spettacolo con molta attenzione e ammirazione per questi bravissimi futuri ballerini.

Andiamo a dormire molto presto. Al risveglio abbiamo già prenotato un’escursione che metterà a dura prova il nostro fisico: il trekking verso la Laguna 69, un paradiso imperdibile di questa stupefacente regione nel nord del Perù. Si partirà all’alba, io e Luisa abbiamo già fatto scorta di frutti secchi, acqua e le immancabili foglie di Coca per sentire meno la fatica che ci aspetta.

La guida andina ci terrorizza da subito. Comincia dicendoci che non è un’escursione facile, anzi in alcuni tratti è estrema, considerando l’aria rarefatta e il mal di altitudine (il famoso soroche delle Ande). La camminata, sin dall’ingresso al parco naturale del Huascaran – in piena cordigliera Bianca – deve durare 3 ore. Questo significa che in tre ore al massimo devi essere in cima alla cordigliera. Altrimenti -quasi come nello spazio penso io fantasticando -, inizia a farsi oscuro, i torrenti sparsi lungo tutto il cammino si ingrossano e lo sbalzo termico può giocarti bruttissimi scherzi.

4.650 metri di altitudine, una grande valle in tutte le gradazioni di verde immersa in uno scenario fantastico. Un’esplorazione costante tracciata da un bianco sentiero che ripercorre in salita tutto il fluire dei ruscelli. Terminando il percorso ti accoglie la vista impressionante di una piccola cascata proveniente dal ghiacciaio perenne del Chacraraju, alimentatore costante della turchese laguna. Se arrivi nel tempo stabilito, ci si può fermare circa un’ora per riposare, 60 tra i minuti più belli e catartici della mia vita.

Laguna 69

Sulla via del ritorno, trovo una delle tante cartoline che il Perù ormai da sempre mi dona generosamente. Si concludono quattro giorni di cammino e scoperta. Prima di ritornare nella megalopoli, lascio questo posto meraviglioso con la promessa di tornarci per osservare di notte, magari dal campo base, la nostra immensa galassia, “la via lattea” che da qui, puoi quasi percorrere con lo sguardo.

foto_Riccardo Specchia ©

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One comment on “Huaraz: tra la cordigliera Bianca e la cultura delle stelle, i Chavín

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